Riportiamo in toto il racconto di Don Sebastiano Bertin e del fratello Riccardo. Grazie per la condivisione..
Nel marzo 2025 e nel gennaio 2026 durante la nostra visita al Saint Martin in Kenya, abbiamo avuto il privilegio di partecipare ad alcune uscite sul campo del progetto di salute mentale. Si è trattato di un’osservazione carica di significato umano e spirituale. I beneficiari, i volontari, gli operatori sanitari, i familiari dei beneficiari hanno collaborato con un obiettivo comune: non lasciare soli coloro che attraversano le fragilità più silenziose e spesso più incomprese.
Il progetto ha un livello molto alto di competenze e di qualità. Attraverso le visite domiciliari gli operatori e i
volontari del Saint Martin monitorano che i beneficiari ricevano le cure adeguate e che si costruisca nel tempo una rete di cura concreta e affettuosa. Ogni persona seguita ha ricevuto attenzione non solo clinica, ma anche relazionale: il bisogno di essere riconosciuti e accolti si è rivelato tanto urgente quanto quello di ricevere una terapia farmacologica. Questa è la caratteristica che determina la qualità di tutti i progetti del Saint Martin.
Per questo infatti la salute mentale è una forma di salute al modo delle altre. Una delle idee più sensibili maturate attraverso questa esperienza è che la cura della salute mentale non può essere trattata come qualcosa di separato, subalterno o secondario rispetto alla cura del corpo. Un disturbo dell’umore, una crisi d’ansia, una psicosi non sono meno reali di una frattura ossea o di una malattia cardiaca. La salute della mente dovrebbe essere trattata in modo diverso dalla salute di una gamba? Eppure, per troppo tempo, chi soffre nella mente ha dovuto fare i conti anche con il peso dell’emarginazione: il giudizio silenzioso, la diffidenza, l’imbarazzo di chi non sa come relazionarsi. Questo genere di emarginazione è il campo specifico in cui è nato il Saint Martin, che si spinge dove c’è maggior emarginazione e necessità.
Questa esperienza ci ha insegnato, ancora una volta, a cambiare prospettiva. Prendersi cura di chi vive un disagio psichico significa semplicemente prendersi cura di un essere umano nella sua interezza. Non esiste una gerarchia tra gli organi del corpo, e quindi forse non esiste una gerarchia nella cura. Chi ha bisogno di supporto psicologico o psichiatrico merita la stessa attenzione, la stessa dignità e la stessa prontezza di risposta di chi si presenta al pronto soccorso con un arto fratturato.
Guardando a questa esperienza con gli occhi della fede, non si può dimenticare come Gesù ha rivelato il suo
desiderio di salvezza. Il suo ministero tra gli uomini è stato un ministero di guarigione totale, che non ha mai operato distinzioni tra il corpo e lo spirito, tra la malattia fisica e quella interiore. Gesù ha restituito la vista ai ciechi, la mobilità agli storpi, ma ha anche liberato chi era prigioniero di oscurità interiori. Nessuno dei suoi miracoli discriminava un ambito della salute rispetto a un altro: ogni guarigione era un segno del Regno, ogni persona incontrata era amata nella sua totalità. Se noi veniamo mossi dal suo desiderio di salvezza, rifiutiamo ogni forma di riduzionismo nella cura e crediamo che ogni uomo e ogni donna portino abbiano una dignità che nessuna malattia, nemmeno quella più invalidante o più incompresa, può cancellare. La comunità è chiamata a farsi portatrice di questo sguardo integrale, perché è lo sguardo che Dio ha su tutti i suoi figli.
Un momento importante di quelle visite è stato rendersi conto di quanto spesso le persone in difficoltà siano state raggiunte dai volontari e dagli operatori del saint Martin e così sono state integrate nelle loro stesse famiglie di appartenenza. La malattia mentale può isolare, può logorare la volontà, può far sembrare impossibile anche il passo più piccolo. È proprio in quel punto di confine, dove la capacità del singolo si esaurisce, che la provvidenza di Dio si manifesta attraverso l’impegno solidale dell’intera comunità.
La comunità, come il Saint Martin sa molto bene, diventa strumento della grazia quando si fa carico di chi non riesce a farcela da solo: quando un vicino accompagna al colloquio psichiatrico, quando un gruppo parrocchiale organizza momenti di inclusione, quando una famiglia decide di non voltarsi dall’altra parte. In questi gesti concreti e spesso invisibili si compie qualcosa di profondamente evangelico.
Forse il frutto più bello di questa esperienza è stato notare la rinascita di alcune delle persone accompagnate. Si tratta di una specie di rigenerazione: un lungo periodo di malattia mentale potrebbe far sembrare lontana la vita che si aveva prima, oppure rendere fragili i legami o spezzarli, o rendere difficile il sentirsi riconosciuti dagli altri.
Eppure, grazie a cure appropriate e a un ambiente di accoglienza e monitoraggio costante, molte persone hanno potuto rigenerarsi. Il Saint Martin nella sua ampissima rete di relazioni, di aiuto e di volontari ora si è impegnato in una nuova frontiera di emarginazione e di fragilità. In questo impegno quotidiano, silenzioso e tenace, si realizza l’invito del Signore: «va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te».
Sebastiano Bertin e Riccardo Bertin

