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     Niente sta scritto è il nuovo progetto di Fondazione Fontana Onlus.

    Il documentario di Marco Zuin,  accompagnato da un libretto con riflessioni a cura di Piergiorgio Cattani, sarà disponibile a partire dal 30 novembre.

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    Quattro i paesi con i quali lavoriamo: Kenya, Ecuador, Bosnia e Israele

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Con i piedi per terra_31.01.2012


                                               
      

Con i piedi per terra_31.01.2012_Street Children Program

 

Il programma Street Children si occupa sia di bambini considerati a rischio perchè vivono in condizioni di malnutrizione, violenze domestiche, genitori alcolisti o tossicodipendenti, sia di bambini che già vivono in strada.

I “ragazzi di strada” spesso fuggono da fame e botte per crearsi, in strada, una microcomunità che vive d’espedienti. Scaltri, furbi ed affamati. Il contraltare di molti ragazzi nei nord del mondo costretti a subirsi 4 ore di TV al giorno ingoiando fast food e che la domenica hanno come alternativa la frequentazione di centri commerciali. C’è veramente da chiedersi chi sia il povero. (don Gabriele Pipinato, Direttore del St. Martin)

LA CASA E LA STRADA di Martina Pegoraro
Amos ha occhi vivaci e un sorriso grande. Ma soprattutto balla come solo gli africani sanno fare, con una morbidezza e un senso del ritmo che lo fanno diventare tutt’uno con la musica.
Oggi Amos si è divertito da matti con i suoi amici durante il workshop di danza proposto da Simona Atzori e le ballerine che la accompagnano nel suo viaggio in Kenya, Giusy Sprovieri e Mariacristina Paolini. L’iniziativa era rivolta ai bambini che fanno parte del progetto “Bambini di strada e in condizione di disagio” del St. Martin.
Per circa due ore, quaranta bambini hanno danzato e ballato seguendo i passi delle ballerine italiane e proponendo i loro “tipici” passi di danza. Sembrava quasi impossibile che gli stessi bambini sorridenti ed entusiasti di oggi avessero alle spalle situazioni di grave disagio o addirittura un periodo di vita sulla strada.
«Il nostro programma si occupa sia di bambini in condizioni di disagio, che potenzialmente potrebbero finire sulla strada, che della riabilitazione di chi ci è già arrivato» spiega Alessia Fornelli, laica fidei donum della diocesi di Venezia, in Kenya da due anni.
Attraverso la rete dei volontari, il programma verifica quali bambini sono a rischio a causa delle situazioni che vivono a casa (malnutrizione, violenze domestiche, genitori alcolisti o tossicodipendenti…) e attiva diverse forme di sostegno.
A Nyahururu ci sono parecchi bambini di strada. Imparano a sopravvivere attraverso lavoretti rimediati qua e là in cambio di un bicchiere di chai o di qualcosa da mangiare o riciclando pezzi di ferro o bottiglie di plastica. Poi, se raccolgono qualche soldo, affittano una stanza anche in dieci, oppure dormono in edifici abbandonati.
«Avviciniamo i bambini lungo le strade del centro – racconta Alessia – Se uno di loro ci dice subito da dove viene, lo riportiamo a casa e cerchiamo di capire qual è il problema, coinvolgendo i genitori, i parenti e i vicini di casa. Se vediamo che l’ambiente familiare potrebbe spingerlo a tornare sulla strada, lo invitiamo nei nostri centri».
Il programma lavora con tre strutture: il Drop in Center (trad. Centro della goccia che cade) per la prima accoglienza dei bambini che provengono dalla strada o che sono segnalati dal tribunale, in cui si cerca di stabilizzarne le condizioni fornendo loro cibo e un tetto, insegnando le regole fondamentali dell’igiene e della vita in comunità.
«Mettiamo in conto che possano ritornare sulla strada, perché gli manca la libertà di quella vita e lì non devono rendere conto a nessuno…»
Se dopo alcuni mesi le condizioni dei bambini si stabilizzano, passano al Rehabilitation Center (trad. Centro di riabilitazione) dove si intensifica il lavoro educativo e si prepara la strada per un possibile rientro in famiglia. Se il problema del disagio risiede proprio nella famiglia, il programma si rivolge ai parenti oppure cerca famiglie affidatarie.
E poi c’è il St. Rose, nato inizialmente come centro per le bambine di strada, che oggi ospita soprattutto vittime di abusi di vario tipo, spesso segnalate dal tribunale.
«Ci vuole del tempo prima che i bambini comincino a confidarsi. Quando arrivano dalla strada iniziano con una serie di bugie a partire dal proprio nome e dalla città di provenienza – sottolinea Alessia - Mi colpisce la solidarietà che c’è tra di loro. Sulla strada si instaurano delle vere dinamiche familiari; gli amici della strada sono la loro famiglia, la loro casa».

(Martina Pegoraro, giornalista, accompagna Simona Atzori assieme a Marco Zuin, videomaker in questa esperienza al St. Martin, Kenya)

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